Occorre credere in qualcosa che verrà svelato, in futuro.

Ieri sera ho visto per caso, navigando il Web, la notizia della scomparsa di Steve Jobs a pochi minuti dal triste evento. Colpito dal fatto, ho riflettuto se fare un tweet sul mio account, poi mi sono fermato a pensare cosa abbia lui significato per me. E mi sono venute in mente tante cose, forse decisive su ciò che sono. Oggi, quindi, ho pensato di scrivere a futura memoria la scomparsa di Steve Jobs con una lettura del tutto personale, unendo quella traccia di puntini apparentemente sparsi che Jobs aveva descritto in quel suo memorabile discorso del 2005 alla Stanford University.

Come ho avuto modo di scrivere qui per l’anniversario dei 20 anni del Web, ho conosciuto il computer grazie a un Apple II alla fine degli anni ’70, ho fatto i primi disegni al computer con un Macintosh 128K comprato nel 1984, ho visto i tablet nel 1994 grazie a un Newton credendo in quel nuovo approccio semplificato, a un mondo dove la creatività era più forte grazie alla tecnologia e non viceversa, al fatto che la grafica pubblicitaria sarebbe stata rivoluzionata, che il modo di lavorare in generale sarebbe stato diverso. Così in effetti fu. I miei studi, iniziati all’Università di Milano a Scienze dell’Informazione nel 1983, proseguirono da appassionato di computer grafica studiando esattamente l’opposto (la grafica e l’arte) a Bologna, dopo aver capito subito che a Informatica di creatività e di comunicazione non c’era neanche l’ombra. In quegli anni seguivo la Computer Art e facevo anche qualche inutile tentativo artistico, andando ad ARS Electronica, il primo festival del genere, a Linz. Là vidi i lavori di John Lasseter, un genio cui proprio Steve Jobs diede spazio alla Pixar dopo averla acquistata da un George Lucas in difficoltà. In Luxo Jr., che mi impressionò a Linz, c’era già l’embrione dei successi che da Toy Story in poi mi appassionarono a un cinema di animazione diverso. Tutte quelle storie nate e cresciute nei garage californiani erano per me leggende da studiare, da sognare. Avrei voluto essere un Californiano. Il computer era ed è oggi indiscutibilmente un mezzo d’espressione di creatività, di emozioni, di idee.

Fino a qualche giorno fa Steve Jobs sognava di continuare a cambiare il mondo grazie alle sue intuizioni, di creare nuovi prodotti sorprendentemente innovativi anche se semplici da utilizzare, di poter guarire da malattie implacabili come quella che l’aveva colpito. Per uno che si era riscattato da una vita iniziata in modo complicato, questa fine non l’avrei immaginata. 56 anni sono pochi per un genio così, ma mi sforzo di pensare che questo destino avrà un senso, se riusciremo a vederlo.
Addio Steve, grande combattente sognatore. Non ho mai avuto la fortuna di conoscerti di persona, ma ora sono consapevole che sei uno dei miei puntini da collegare, non ti dimenticherò.

Fabio Fabbi

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